mar 3 novembre 2009 12:09
Ho sempre desiderato scrivere un post in treno. Finalmente ne ho la possibilità. E in mancanza di tecnologie avanzate e facilmente trasportabili, lo scrivo qui, su questa agenda. Quando voi leggerete l’avrò già riscritto al computer. Non so ancora se potrò farlo dove sto andando o dovrò aspettare di tornare. Comunque sia, sono abbastanza certo che questa cosa finirà sullo schermo di un computer, anche se non so ancora né dove né quando.
Dico “abbastanza” perché si sa come vanno certe cose, ché appena uno dice d’essere sicuro di qualcosa, tiè, non succede mai. Come se ci fosse qualcuno messo lì che t’ascolta e non aspetta altro che l’occasione per farti incazzare. E appena ti sente dire sta cosa pensa questa non me la posso perdere e giù risate.
E tu puoi anche incazzarti quanto vuoi (anche se così lo fai solo contento) ma comunque la cosa che doveva capitare, puntualmente, non è accaduta e tu, puntualmente, hai fatto la tua bella figura di merda.
Per questo dico… che stavo dicendo?… ah, ecco… per questo, dicevo, è sempre meglio non sbilanciarsi tanto con le certezze.
Comunque eccomi qua, seduto su questo scomodissimo sedile di seconda classe, a scrivere questo post ferroviario. Tra una buia galleria e un’altra. Facendo ogni tanto una pausa per guardare fuori dal finestrino, ché non sia mai ci fosse qualcosa di interessante.
E allora scrivo una frase, poi mi fermo e osservo.
Distese di campi coltivati che con la pioggia di oggi somigliano tanto a risaie abbandonate. Nessuna giovane mondina in vista però (come al solito, ragazze manco l’ombra).
E quindi giù, altra frase.
Pausa.
Altre distese, sta volta di container. Ammazza quanti container. Tanti che non puoi fare altro che chiederti chissà da dove vengono. O dove andranno. Cosa porteranno. E quanta strada dovranno percorrere ancora.
Ma eccola che riparte, la penna. Mentre il treno va fra un mare di auto peugeot appena sfornate sulla sinistra e il mare, quello vero, quello fatto d’acqua, sale e frutti di mare, sulla destra.
Chilometri e chilometri di carta e binari per la penna ed il treno.
Ma ecco che insieme rallentano, si fermano e finiscono la corsa. E, stanchi per la tanta strada percorsa, si prendono il loro meritato riposo. Ché il loro dovere l’hanno fatto e ancora per un altro po’ il mondo non avrà bisogno di loro.
Signori, si scende.
Non c’è niente da fare. Nonostante la puzza, i sedili scomodi, il rumore fastidioso e il dondolio ipnotico, mi accorgo solo adesso, mentre guardo la mia faccia riflessa su questo sporco finestrino, che forse sto treno un po’ mi somiglia. Perché anch’io, dopo ogni viaggio in treno, mi sento sempre unto, dondolante e anche un po’ tristemente riflessivo.
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mar 27 ottobre 2009 13:25
Ieri pomeriggio stavo “nel mio ufficio” e riflettevo sulle cause e gli scopi della vita e dell’universo. E così per incentivare queste critiche manovre psichiche, mi sono messo a leggere il retro delle bottiglie del bagnoschiuma che stavano poggiate lì vicino. Devo ammettere che è una lettura che di gran lunga preferisco ai giornali da un po’ di tempo, i quali sono in grado di causare ormai solo sentimenti di costipazione e sofferenza, mentre i primi riescono (l’ho scoperto con mio sommo sbigottimento) a creare quel clima di distensione e pace adattissimo a certe mansioni d’ufficio. Qualcuno dirà “ma un bel libro no?”. No. Penso che avvicinare i libri al cesso non sia un modo per avvicinarsi alla letteratura. Anche se forse certi libri andrebbero davvero tenuti in bagno. Ma non per leggerli.
Comunque stavo lì e leggevo.
“I vapori inebriano i miei sensi, il mio corpo dolcemente si ristora… Un concerto di essenze a cui abbandonarsi per il piacere dei sensi e per l’armonia totale del corpo… Gli oli essenziali di Patchouly e Lavanda svolgono un’azione anti-stress, restituendo alla mia pelle un aspetto disteso e rilassato… Piacere sul mio corpo…”
Ora, a parte le varie metafore erotiche che possono venirvi in mente, io, in quanto aspirante creativo pubblicitario, non posso fare altro che pensare a quello che ‘ste cose le ha scritte.
Cerco di immaginarmelo, sto povero cristo, che cerca di sfogare il suo lato poetico in un lavoro che poco ha di poetico, come quello di scrivere il retro delle confezioni del bagnoschiuma. E lo capisco anche.
In questo mondo in cui tutti si sentono poeti, scrittori e filosofi; in cui tutti si sentono autorizzati a scrivere, comporre, pubblicare; in cui tutti hanno scritto almeno una poesia o hanno dipinto un quadro; uno che magari sente davvero il bisogno di sfogare il proprio spirito creativo e romantico, vede un po’ sminuite quelle vie che una volta erano esclusive per quegli animi gentili un tempo chiamati artisti. E allora cosa fa? Di solito rinuncia, frustrato dalla ormai quotidianità dell’arte da discount, e si vede costretto a reprimere dentro di sé quel turbinio di potenti sentimenti creativi che premono per uscire. E senza neanche accorgersene, un giorno si trova a creare opere come quella sopra citata. Cose di straordinaria levatura poetica se si pensa che sono scritte su una bottiglia di bagnoschiuma.
E io non riesco ad esimermi dalla difesa di questo professionista dell’arte repressa che dopo aver fatto il suo lavoro al meglio, torna a casa, non soddisfatto né fiero, non orgoglioso né superbo, ma teso, stressato, stanco. Magari un bagno al Patchouly lo aiuterà.
Certo, l’idea di finire a scrivere settenari in rima sulla confezione della carta igienica non è la mia massima aspirazione però, boh… sarebbe una forma d’arte anche quella, no? Poi se mi pagano bene, ancora meglio.
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mar 20 ottobre 2009 11:07
Quando hai la faccia come il culo, il problema non sono gli occhiali che scivolano…
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dom 19 luglio 2009 12:39
Panorama arido, color di savana. Cespugli in fiamme ai bordi delle strade.
Sei arrivato all’inferno e hai anche pagato per venirci.
“Informiamo i signori passeggeri che inizieremo tra pochi minuti le manovre d’atterraggio. Il bollettino meteo segnala tempo sereno e temperature sopra i 39 gradi…”
39 gradi… alle 6 del pomeriggio. Certo… perchè no… ci stanno bene anche quelli.
Si apre uno sportello, metti fuori la faccia… e lo senti. Senti il caldo. Quello vero. Quello che a raccontarlo la gente non ci crede. Non se non c’è mai stata. Qui. All’inferno.
Dicono che su al nord il caldo percepito sia maggiore… questione di umidità… dicono…
Ma loro non sanno cosa significhi… “caldo”.
Il caldo, il loro caldo, lo senti solo perchè è l’acqua ad essere calda… quella che ti gira intorno e che ti si appiccica addosso. Quello è il loro caldo.
Qui, invece, non c’è acqua… non ce n’è sulla terra nè sotto terra nè in aria…
Qui il caldo è l’aria. Ogni minima molecola di azoto&co si dimena. Corre e sbatte. Magari cantando “ho il ballo di san vito e non mi passa”. E la senti. Sulla pelle. Nei polmoni. Che ti brucia dentro. Che non ti lascia spazio. Che non ti fa respirare.
Loro non sanno cosa sia il caldo.
Io lo so.
E mi è mancato da morire.
Finalmente a casa…
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mar 30 giugno 2009 17:40
Qualche settimana fa mi è capitato di andare a Livorno.
Durante il tragitto, il treno si è fermato in una stazione. Cioè, non in una sola, ma in una in particolare. Ora a dirla tutta non ricordo esattamente se ci si è fermato o l’ha solo attraversata. Comunque quella stazione aveva un nome che mi ha colpito. Sul cartello blu c’era scritto “Vada”.
Magari adesso quelli che ci passano spesso la conoscono o addirittura ci abitano e non gli fa tanta impressione. Comunque, a me che non c’ero mai passato, quel nome m’ha fatto ripensare ad un altro nome che avevo incontrato tempo addietro, lungo un percorso che negli ultimi anni ho fatto spesso.
Andando dall’aeroporto di Catania al mio paese d’origine, lungo l’autostrada, ad un certo punto, le segnaletiche (prima sui cartelli e poi sull’asfalto) indicano lo svincolo per il comune di Agira.
Agira e Vada. Due mondi a confronto.
Per chi non lo sapesse, in molti dialetti siculi (perché mica ce n’è uno solo in Sicilia), “agira” vuol dire “torna indietro”. Può essere visto come un imperativo o anche un amichevole consiglio. Torna indietro.
Vada, invece, è un cordiale invito a proseguire. Magari un po’ stizzito, ma pur sempre bene educato. Ti da pure del lei.
Allora, seduto lì, al mio posto, sul treno, guardando dal finestrino, in quel momento di riflessione spinta, in questi due nomi ci ho visto la sintesi di due filosofie, di due universi distinti. Quello siculo-meridionale e quello… tosco-europeo.
Ho pensato che Agira sta lì come per dirti “Guarda, lascia perdere… le cose sono sempre andate così e non sarai di certo tu a cambiarle”. E’ un consiglio fraterno a non affannarti, perché tanto poi a vincere sono sempre loro. Tornatene indietro che è meglio.
Vada, invece, è un po’ una spinta, uno sprone. Un invito a non guardarti indietro ma ad andare avanti, lontano, a spingersi verso il futuro, verso il progresso.
Adesso io non so, questi due paesi non li conosco mica. Cioè non ci sono mai stato. Ho solo visto il loro nome su un cartello.
Per quel che ne so magari a Vada hanno le famiglie mafiose che cementificano selvaggiamente e Agira è un centro di super scienziati eco-compatibili e anticrimine. Non lo so.
So che può sembrare assurdo ma io durante quel viaggio verso Livorno, in quei due nomi, ci ho visto queste cose qua.
Poi però il treno s’è fermato, io sono sceso e ste cose le ho dimenticate.
Mi sono tornate in mente ieri notte e adesso le ho scritte.
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