Sta mattina, dopo aver letto qualche cosina in giro, m’era quasi venuto in mente di fare un post su sanremo. Sulle mummie e sui negromanti, sui drogati-no e gli spogliarelli-si, sui morgan e sulle basi, sui pupi e sui savoia, sui bigazzi e sui gatti e su tutta la radiotelevisioneitaliana in generale.
Poi ho pensato… perché?
E allora no.
E allora no
mer 17 febbraio 2010 10:45
Il pinballpensiero
mar 2 febbraio 2010 18:20
È palese ormai che ogni volta che s’avvicina il periodo “esami”, questo blog va praticamente in coma farmacologico.
Non è per male, è che la modalità clausura (sia reale che virtuale) si attiva automaticamente e senza preavviso.
Vivendola in prima persona, ho avuto (e sto avendo) la possibilità di analizzare da vicino la situazione, applicando, ovviamente, il metodo scientifico che contraddistingue tale tipo di esperienza.
I risultati di questa analisi sono stati interessanti, ammetto.
Ho constatato che le attività permesse in questo periodo di ascesi sono poche. L’unica reale è lo studio. Questo però non significa che il suddetto stato di esilio sia esclusivo di quegli esemplari abitualmente dediti allo studio che nel periodo pre-esame forzano leggermente le loro abitudini per poter giungere al gran finale tanto agognato (30L). No. Tutt’altro.
La scelta dell’esilio forzato, anzi, è caratteristica di un altro tipo di esemplare della razza studente, ovvero di quello che, essendosi mantenuto a debita distanza da qualsiasi cosa somigliasse solo vagamente ad un libro di testo per tutto il semestre e sentendo avvicinarsi il giudizio finale, avverte un brivido lungo la schiena, presagio di sventura. E allora, per puro spirito di autoconservazione (istinto puro, razionalità nulla), si getta a volo d’angelo in ciò che aveva visto solo fino a poco prima come sorgente di malessere e malattie infettive anche gravi: lo studio.
Ovviamente un tale cambiamento drastico di habitat e abitudini ha le sue conseguenze.
A parte i soliti sintomi ed effetti collaterali dell’estraniamento dal mondo reale (allucinazioni, euforia insensata, depressione cosmica, rutto al gusto di caffè) ho potuto notare lo sviluppo di una particolare pratica mentale che ho scelto di chiamare “pinballpensiero”.
Il pinballpensiero consiste in un complesso ragionamento ai limiti del viaggio onirico accompagnato da uno stato di trance, caratterizzato da una paurosa capacità di saltare da un argomento ad un altro completamente opposto e scollegato grazie a balzi psichici di notevole ampiezza.
L’andamento caotico del centro del ragionamento ricorda, appunto, il comportamento della pallina del flipper del bar sotto casa mia quando quel tizo ubriaco ha battuto il record del mondo. Che poi, adesso che ci penso, ricorda anche un po’ (il ragionamento, non il tizo del flipper, eh) quegli episodi dei simpson che iniziano da una cavolata qualsiasi per poi andare a sviluppare tutto un altro argomento nel corso della puntata. Che uno alla fine si chiede ma com’è che ci sono arrivati.
Il pinballpensiero si presenta di solito nell’intervallo tra la lettura di una parola e un’altra quando si entra nella 42esima ora filata di studio. A quel punto infatti la lettura viene scandita da lunghe pause interminabili che praticamente rendono inutile ogni tentativo di andare avanti.
Per chi osa ci sono solo i rosaelefanti in attesa. Di cui tratteremo in altra occasione.
Savonarola
sab 21 novembre 2009 19:46
Per me la decadenza della società moderna è iniziata quando hanno cominciato a mettere le risate registrate nei telefilm.
Convertitevi!
Riflessioni da una tazza di porcellana (ovvero Seduto sul cesso pensavo)
mar 27 ottobre 2009 13:25
Ieri pomeriggio stavo “nel mio ufficio” e riflettevo sulle cause e gli scopi della vita e dell’universo. E così per incentivare queste critiche manovre psichiche, mi sono messo a leggere il retro delle bottiglie del bagnoschiuma che stavano poggiate lì vicino. Devo ammettere che è una lettura che di gran lunga preferisco ai giornali da un po’ di tempo, i quali sono in grado di causare ormai solo sentimenti di costipazione e sofferenza, mentre i primi riescono (l’ho scoperto con mio sommo sbigottimento) a creare quel clima di distensione e pace adattissimo a certe mansioni d’ufficio. Qualcuno dirà “ma un bel libro no?”. No. Penso che avvicinare i libri al cesso non sia un modo per avvicinarsi alla letteratura. Anche se forse certi libri andrebbero davvero tenuti in bagno. Ma non per leggerli.
Comunque stavo lì e leggevo.
“I vapori inebriano i miei sensi, il mio corpo dolcemente si ristora… Un concerto di essenze a cui abbandonarsi per il piacere dei sensi e per l’armonia totale del corpo… Gli oli essenziali di Patchouly e Lavanda svolgono un’azione anti-stress, restituendo alla mia pelle un aspetto disteso e rilassato… Piacere sul mio corpo…”
Ora, a parte le varie metafore erotiche che possono venirvi in mente, io, in quanto aspirante creativo pubblicitario, non posso fare altro che pensare a quello che ‘ste cose le ha scritte.
Cerco di immaginarmelo, sto povero cristo, che cerca di sfogare il suo lato poetico in un lavoro che poco ha di poetico, come quello di scrivere il retro delle confezioni del bagnoschiuma. E lo capisco anche.
In questo mondo in cui tutti si sentono poeti, scrittori e filosofi; in cui tutti si sentono autorizzati a scrivere, comporre, pubblicare; in cui tutti hanno scritto almeno una poesia o hanno dipinto un quadro; uno che magari sente davvero il bisogno di sfogare il proprio spirito creativo e romantico, vede un po’ sminuite quelle vie che una volta erano esclusive per quegli animi gentili un tempo chiamati artisti. E allora cosa fa? Di solito rinuncia, frustrato dalla ormai quotidianità dell’arte da discount, e si vede costretto a reprimere dentro di sé quel turbinio di potenti sentimenti creativi che premono per uscire. E senza neanche accorgersene, un giorno si trova a creare opere come quella sopra citata. Cose di straordinaria levatura poetica se si pensa che sono scritte su una bottiglia di bagnoschiuma.
E io non riesco ad esimermi dalla difesa di questo professionista dell’arte repressa che dopo aver fatto il suo lavoro al meglio, torna a casa, non soddisfatto né fiero, non orgoglioso né superbo, ma teso, stressato, stanco. Magari un bagno al Patchouly lo aiuterà.
Certo, l’idea di finire a scrivere settenari in rima sulla confezione della carta igienica non è la mia massima aspirazione però, boh… sarebbe una forma d’arte anche quella, no? Poi se mi pagano bene, ancora meglio.
Scrivi come mangi
sab 24 ottobre 2009 19:54
Io è da un po’ di anni che mi son fatto in testa tutta una classificazione del genere umano secondo un criterio che (per quel che ne so io) non è venuto in mente a molti.
E mo ve la spiego.
Quando vai alle elementari, ci sono tutte le belle materie e ogni materia c’ha il suo bel quaderno. E per ogni materia non puoi mica prendere un quaderno qualsiasi. No. Ti insegnano che ci sono delle regole, degli assiomi, dei comandamenti, che stabiliscono, per esempio, che per la matematica ci vuole il quaderno a quadretti e per l’italiano quello a righe.
Queste regole e associazioni sacrosante non sono mica campate in aria così, sono fondate su anni di esperienza e deduzioni.
Ma a te te le dicono così e ti devi fidare.
Poi però arrivi alle medie, e lì (di solito) non c’è nessuno che ti dice quale quaderno usare. Tu magari non te ne rendi conto subito (c’è gente che c’è arrivata solo al liceo) ma poi realizzi di aver acquisito una libertà importante. Quella di poter scrivere un po’ come cazzo ti pare.
Ed è lì che viene fuori la personalità di ognuno di noi e sviluppiamo quelle caratteristiche su cui si basa la mia classificazione.
Come in ogni classificazione che si rispetti, nella mia ci sono tre grandi categorie: le teste a righe, quelle a quadretti e gli indecisi (noti anche come succubi).
Quelli che hanno la testa a righe sono quelli che se devono scegliere un’agenda, un quaderno, un taccuino, su cui scrivere anche un po’ in libertà, cascasse il mondo, lo scelgono a righe. E questo genere di scelte riflette e si riflette nel modo di pensare e di agire di sta gente.
Sono spesso persone tendenzialmente vicine all’universo umanistico. Gente che anche se poi sono ingegneri credono di avere la letteratura e le arti nel cuore.
Con le righe si sentono a proprio agio.
Anche se poi non le usano per scriverci dentro, con le righe stanno meglio. Si sentono a casa. Contenti loro…
Io le motivazioni esatte della scelta delle righe non ve le so dire, anche perché onestamente appartengo all’altra grande categoria. Quella delle teste a quadretti.
Io coi quadretti ci sguazzo.
Noi quadrettofili siamo gente con una mente un po’ più scientifica, che su un foglio a quadri ci scrive bene. Necessitiamo del sostegno di una struttura ben delineata e solida sotto le nostre esili penne. Cose che ti fanno star meglio. Ti senti più stabile, quasi infallibile. Anche se poi scrivi solo cazzate non te ne importa. L’importante è che siano cazzate a quadretti.
Di queste due grandi categorie, esistono ovviamente varie sottocategorie, a seconda del tipo di riga o quadretto. Per esempio, tra le teste a righe ci sono quelli che usano le righe doppie, quelle con una riga per le minuscole e una per le maiuscole. E quella, in genere, è gente infantile nel profondo (a volte neanche tanto profondo). Oppure ci sono quelli che usano la riga unica, che è gente molto più matura e sicura di sé.
Tra noi quadrettati ci distinguiamo per le dimensioni del quadretto. Che detto così suona un po’ strano (Freud avrebbe qualcosa da dire in proposito) ma è così. Ci sono quelli da un centimetro (pivelli), da mezzo centimetro (standard) e da 0,4 (snob). Non parliamo della carta millimetrata poi…
Altra caratteristica è l’uso dei margini. L’uso dei margini è molto diffuso nelle teste a righe. Nonostante siano convinti d’essere di mentalità aperta e libera, si lasciano influenzare da barriere inesistenti e inutili imposte dal sistema.
Rarissimo l’uso dei margini tra i quadretti. Preferiscono avere una base solida di riferimento e poter spaziare liberi senza limiti.
Oltre ai righelli e i quadristi esiste anche una terza categoria. Che sarebbe più o meno il resto del mondo. E purtroppo è la più vasta.
È formata infatti da tutte quelle persone che non hanno ancora apprezzato il dono del libero arbitrio della carta da scrivere o che, nonostante siano coscienti delle proprie libertà, continuano imperterriti ad osservare leggi e dogmi incisi nelle loro menti in età infantile. E questi pensano solo in un modo. Se son numeri, quadretti, se son frasi, righe. Come se certi segni di penna meritassero un trattamento diverso degli altri… Razzisti.
Poi, vabè, ci sono quelli che non gliene importa nulla e son felici con poco.
Beati loro.
