Un post ferroviario

Ho sempre desiderato scrivere un post in treno. Finalmente ne ho la possibilità. E in mancanza di tecnologie avanzate e facilmente trasportabili, lo scrivo qui, su questa agenda. Quando voi leggerete l’avrò già riscritto al computer. Non so ancora se potrò farlo dove sto andando o dovrò aspettare di tornare. Comunque sia, sono abbastanza certo che questa cosa finirà sullo schermo di un computer, anche se non so ancora né dove né quando.
Dico “abbastanza” perché si sa come vanno certe cose, ché appena uno dice d’essere sicuro di qualcosa, tiè, non succede mai. Come se ci fosse qualcuno messo lì che t’ascolta e non aspetta altro che l’occasione per farti incazzare. E appena ti sente dire sta cosa pensa questa non me la posso perdere e giù risate.
E tu puoi anche incazzarti quanto vuoi (anche se così lo fai solo contento) ma comunque la cosa che doveva capitare, puntualmente, non è accaduta e tu, puntualmente, hai fatto la tua bella figura di merda.
Per questo dico… che stavo dicendo?… ah, ecco… per questo, dicevo, è sempre meglio non sbilanciarsi tanto con le certezze.

Comunque eccomi qua, seduto su questo scomodissimo sedile di seconda classe, a scrivere questo post ferroviario. Tra una buia galleria e un’altra. Facendo ogni tanto una pausa per guardare fuori dal finestrino, ché non sia mai ci fosse qualcosa di interessante.
E allora scrivo una frase, poi mi fermo e osservo.
Distese di campi coltivati che con la pioggia di oggi somigliano tanto a risaie abbandonate. Nessuna giovane mondina in vista però (come al solito, ragazze manco l’ombra).
E quindi giù, altra frase.
Pausa.
Altre distese, sta volta di container. Ammazza quanti container. Tanti che non puoi fare altro che chiederti chissà da dove vengono. O dove andranno. Cosa porteranno. E quanta strada dovranno percorrere ancora.
Ma eccola che riparte, la penna. Mentre il treno va fra un mare di auto peugeot appena sfornate sulla sinistra e il mare, quello vero, quello fatto d’acqua, sale e frutti di mare, sulla destra.

Chilometri e chilometri di carta e binari per la penna ed il treno.
Ma ecco che insieme rallentano, si fermano e finiscono la corsa. E, stanchi per la tanta strada percorsa, si prendono il loro meritato riposo. Ché il loro dovere l’hanno fatto e ancora per un altro po’ il mondo non avrà bisogno di loro.
Signori, si scende.

Non c’è niente da fare. Nonostante la puzza, i sedili scomodi, il rumore fastidioso e il dondolio ipnotico, mi accorgo solo adesso, mentre guardo la mia faccia riflessa su questo sporco finestrino, che forse sto treno un po’ mi somiglia. Perché anch’io, dopo ogni viaggio in treno, mi sento sempre unto, dondolante e anche un po’ tristemente riflessivo.

Condividi:Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPin on PinterestShare on LinkedInShare on TumblrEmail this to someonePrint this page

4 commenti

  • Cassandra mer 4 novembre 2009 07:52

    Io adoro i trasferimenti. Trovo siano una parte importante del viaggio stesso. Sui treni, poi, sei costretto ad estraniarti e a pensare (quello che hai accanto non è un granché, così ti adegui). Il blogghetto è un ottimo compagno di viaggio, sì sì. :)

  • premedito mer 4 novembre 2009 12:40

    Riuscire a scrivere in maniera leggibile sui “comodissimi e stabilissimi” treni italiani è un po’ un’impresa…
    Però star lì a giocare al poeta maledetto col taccuino nero e la faccia seria e riflessiva non ha prezzo.
    Anche se poi scrivi cazzate.
    Ma tanto la gente non lo sa.

  • giarina mer 18 novembre 2009 23:00

    scrivere un post in treno son tutti capaci. prova in bici se ci riesci.

  • premedito ven 20 novembre 2009 09:40

    Sui treni siciliani è come se fossi in bici… forse peggio…

Rispondi